Violetta

La ragazza lo sopravanzava di tutta la testa: il preside non si poteva spiegare come una donna così bella avesse sposato un tale catorcio. Lei portava una treccia rosso Tiziano appoggiata sulla spalla sinistra, gli allievi erano ipnotizzati da quella treccia e anche lui, il preside bello, alto, palestrato e nascostamente con le sopracciglia depilate nel centro, dove sennò si univano dandogli l’aria leggermente bieca. Nessuno poteva sapere quanto fossero duri quei peli, che strappava nottetempo con la pinzetta di sua moglie.
Si era pavoneggiato più volte davanti a lei, le aveva perfino sospirato sul collo prendendola alle spalle di sorpresa mentre guardava l’orario, dove le aveva fatto togliere una quinta ora ed eliminato due buchi, i buchi sono le ore libere tra una lezione e l’altra, non lo aveva nemmeno ringraziato. Tutti i maschi dell’istituto le morivano dietro, ma quella sembrava non vederli nemmeno. Il preside, mentalmente, la chiamava Violetta, forse perché il giorno che era arrivata nella scuola aveva quella vestina lilla semplice, addirittura casta, non corta, non scollata, con le maniche che sembravano due piccole ali. Portava un bracciale di giada dello stesso colore dei suoi occhi, il brillante grosso come un cece e la fede nuziale. A quell’età, primo anno d’insegnamento e prima supplenza. Come aveva sposato quello striminzito secco e vecchio per lei, spennato nel cocuzzolo. In verità anche a lui stava venendo la luna, ma con una spruzzata del suo spray segreto la ricopriva come se i capelli fossero tatuati o quasi, da una certa distanza non si notava.
Certo quando sua moglie glieli andava a stuzzicare col dito e diceva: <Ti sono cresciuti stanotte?> a lui venivano i nervi.
Il preside si sentiva turbato e la immaginava coi capelli sciolti, però come recitava bene, sembrava serena, forse contenta, se non felice.
Violetta finì la spiegazione sulla poetica di Montale che già squillava la campanella della ricreazione, i ragazzi del quinto erano muti e attenti, né si mossero.
<Prof., non mi sembra davvero che Montale avesse problemi di connessioni fra la parte destra e la parte sinistra del cervello>.
Lei rise con un tocco argentino così femminile da essere sexy. Avevano fatto un’ora di lezione sul cervello umano e le varie forme di intelligenza proprio il giorno prima e non ne erano sazi.
<Ragazzi, è suonata, potete uscire>.
Violetta si interrompeva sempre subito appena scattava la ricreazione e li lasciava liberi senza rubare nemmeno un minuto.
Invece, tutti intorno alla cattedra:
<Professoressa, un biscotto, li ha fatti mia madre…un pezzetto del mio panino>.
<Prof., il caffè caldo >.
<Ma è quello della macchinetta? Che cicoria da secondo conflitto mondiale >.
Spuntò una settimana enigmistica: <Mi può dire il nome greco di Venere? >.
E tutti guardavano la treccia rossa. C’era fra loro un ripetente che osò sfiorarla e poi disse di averla accarezzata.
<Professoressa, le ho portato la fotografia della mia ragazza>.
Fra poco sarebbe arrivato il collega di matematica e gli stessi allievi lo avrebbero crocifisso gridando e ridendo. Miracoli di Montale, forse.
Il preside origliava da dietro la porta, aveva sentito tutta la lezione, brava era brava oltre che bella. Ma come se l’era sposato?
Poco dopo Violetta uscì dal bagno delle signore, era radiosa e per la prima volta da quando insegnava lì aveva sciolto la treccia.
Il preside, dalla finestra, la intravide che lui, il catorcio, l’aspettava al cancello e l’abbracciò, il modo in cui lei gli corrispose, lo slancio, ecco, fece venire al preside un rimescolio come se gli tornassero d’urgenza i sedici anni, difatti le orecchie leggermente a sventola gli divennero scarlatte.

 <Un’ultima partitina, amore>.
<Magari stavolta ti lascio vincere così sei soddisfatto e andiamo a letto, ho sonno> rispose lei.
<Sonno subito?> chiese il catorcio ammiccando scherzoso.
<Secondo i casi e le circostanze>.
<E se il caso fosse una figlia bella come te?>.
<O magari un figlio bravo a scacchi come te?>.
<Che fai, mi sfotti?> chiese lui, e la strinse.
<Il sonno mi è passato> rispose Violetta quieta, ardente, allegra.

 Domenica Luise

 

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24 thoughts on “Violetta

  1. Beh, all’amore non si comanda, ma è vero che a volte vediamo coppie esternamente non ben assortite per i gusti canonici dell’estetica, Ma in fondo che ne sappiamo? E inoltre…” l’essenziale è invisibile agli occhi”.
    Racconto fresco e che profuma di viole, appunto. Un profumo che si avverte anche a scuola, in classe. Perchè anche i docenti sanno profumare di buono e di cultura.
    Bello! Sempre brava, ciao.

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    • Ebbene sì, cara ili6, si tratta proprio di violette, piccole, nascoste e dal profumo inconfondibile. Debbo dire che a scuola i ragazzi mi trattavano proprio come ho scritto. Li ho difesi molte volte quando i colleghi dettavano l’ignominiosa regola: durante le mie ore non esce nessuno.
      Con me uscivano liberamente, a uno a uno, senza bisogno di chiederlo e nel massimo ordine, se rumoreggiavano un po’ glielo dicevo. Se li vedevo turbati ne parlavamo da soli, in un cantuccio riservato del corridoio, accanto alla finestra. È stato bellissimo.
      Per quanto riguarda l’amore nuziale, è proprio così: sorpassa lietamente le limitazioni fisiche e qualunque cosa si faccia insieme, l’amore nel letto oppure una partita a scacchi, non conta ciò che si fa, ma ciò che si è.

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  2. ehi! praticamente il catorcio nano è un mio gemello.
    : )
    devo però dire che il racconto m’è parso surreale, inverosimile ed eccessivamente ottimista. e anche la mia violetta, che l’ha letto a video insieme a me, con i capelli sciolti, è d’accordo.
    : )))))))
    scherzi a parte, lascia il segno (ed è ben resa) l’incapacità del preside di comprendere l’umanità di violetta (oggettificata in fiore già nel nome, nonché desiderata per nuda fisicità corporea). pure la concessione “brava era brava” viene subito disinnescata dal successivo “oltre che bella”, quasi che le funzioni intellettive, seppur intraviste all’orizzonte, vadano comunque *oltre* la capacità massima di risoluzione dell’occhio del maschio in preda a *pene* d’amore.
    degni di nota anche lo spray segreto e i peli duri…
    insomma… beccatevi questa, palestrati!
    : )))

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    • Ah, ah, ah, caro Malos, certo che tu, in quest’avatar, un po’ d’impressione riesci a farla con la smorfia strampalata che ti sei inventato. Interessanti le tue considerazioni ed effettivamente questo preside incarna il maschio sciocco dalla vista corta. Ma non era lui il mio personaggio principale, bensì il vero amore nuziale, si dice: non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace. Un uomo è tale ben oltre l’aspetto fisico e una donna è tale ben oltre la bellezza o la bruttezza.
      Ho letto il tuo racconto della barbona, per certi aspetti è surreale, per altri verissimo, di una intensa sensibilità.

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  3. Che dolce persona che hai descritto.
    A volte i modi di fare… le parole sottovoce conquistano, se poi chi li porta è anche una persona carina è il massimo; ecco perché Violetta sapeva incantare e sedurre tutti..
    Secondo me comunque il preside non ha capito il pregio del catorcio.
    La personalità..!!!!!!..a noi donne piacciono gli uomini che hanno sicurezza in se stessi..che sanno darsi il giusto valore
    Mentre gli uomini insicuri li facciamo dileguare..così come gli spocchiosi tipo il preside.

    Complimenti Dominique le tue storie sono sempre significative ed allo stesso tempo gioiose.

    Un câlin et un baiser
    ♥ vany

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    • È vero, vany: tutti sbagliamo ogni tanto, ma è davvero grave un errore continuato. Il preside ha fatto la figura che ha meritato. Dici bene tu: la personalità, il gusto che l’altra persona ti lascia, il sorriso, la tenerezza e la sicurezza del proprio valore valgono più della bellezza fisica, che da sola è vuota.
      Però hai notato che Violetta scioglie la treccia perché lui l’aspetta al cancello? Vuole essere ancora più bella, ma per l’uomo che ama.

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  4. Uno squarcio introspettivo: disegni di emozioni e sentimenti …la cosa più bella: un amore che non guarda in superficie, un amore che proviene direttamente dal cuore, non importa se la carrozzeria non è quella di una Ferrari! Bella, davvero bella! Come sei bella tu, splendente di vita! Un abbraccio paradisiaco

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    • È proprio così, cara Danila, e la mia Violetta è innamorata persa del catorcio, non perché la sua vista sia oscurata, ma proprio per l’acutezza del vero amore. Quando gli sposi entrano nella gioia e si guardano “oltre”, allora incomincia davvero il matrimonio, che è anche sesso, complicità e divertimento, ma ancora di più: placidezza e abbandono vicendevole.

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    • C’è una bellezza sciocca e una bellezza intelligente, una bruttezza rabbiosa e una bruttezza seducente, così è la vita: varia. Per questo è bella. E l’amore è la più strana alchimia. In quanto agli uomini, li vorremmo intelligenti e affettuosi più che depilati e ammorbiditi, ma forse chiediamo troppo.

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    • Grazie per la tua costante presenza, annamaria, e per le tue parole sempre attente a mettere in evidenza il meglio dei nostri scritti. Una donna si innamora di un brutto bello dentro come di un bello bello dentro, talora perfino di un bello o di un brutto brutti dentro. Solitamente si accorge dello sbaglio: quelli brutti dentro si manifestano prima o poi, speriamo non proprio all’uscita di chiesa fra i lanci di riso e foto. Ho voluto scrivere una storia piena di speranza perché al mondo non esiste soltanto il bisogno economico e il dio denaro, ci sono l’amore e la poesia più vivi che mai.

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  5. Mi hai riportato a scuola: i presidi, le ore, i buchi, le piccinerie, i ragazzi. Mi è piaciuta tanto; soprattutto come hai conciato la figura del povero preside e quel tuo indugiare sui dettagli di abiti e monili.
    ciao
    franca

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    • Grazie, Francuzza. La ragazza del racconto esiste realmente, ma non ci conosciamo. L’incontravo la mattina andando a scuola e ne ammiravo sia la bellezza che la semplicità, il modo naturale di camminare. Portava quella stupenda treccia rossa sulla spalla. Il preside è tutto immaginario, invece le battute con gli allievi sono avvenute tra me e loro: le connessioni del cervello di Montale, il nome greco della dea, mi hanno anche portato qualche cruciverba che non riuscivano a finire, giocavamo nella ricreazione, tutti intorno alla cattedra, li mandavo via, ma rientravano subito. Per non dire le meraviglie che uscivano da quelle bocche con le poesie ermetiche, quelle incomprensibili davvero. Mai sottovalutare le persone, vanno soltanto preparate con discrezione.

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  6. Quando sento ‘Violetta’ non posso fare a meno di pensare alla Traviata e soprattutto alla Callas, che adoro; anzi, ‘non potevo’, perché con questo racconto dolce e divertente mi hai liberata da quel sortilegio!! 😀

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    • Hai ragione, lillo: la Callas è un sortilegio. Ma io non voglio liberartene, solo te ne propongo uno differente, che fa anch’esso bene all’anima. Quante volte pensiamo che non c’è speranza e che tutti ci cercano soltanto per un loro interesse, invece l’amore c’è e appare all’improvviso, non può non esserci, è come la poesia umana, imperterriti entrambi.

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