Poeti di oggi: Antonio Sabino, schiavi con la sportula

Schiavi con la sportula
in viaggio mattina e sera
verso la casa del patrono
a pigliare pane in faccia
per famiglia e famigliari.
A raccoglier pane come all’epoca
orribile della statale galera,
la scuola che è carcere immeritato
dove si accede senza alcun merito compiuto
d’una azione che si possa dire tale.

Di quel pane un poco sbocconcelliamo
tornando mesti e affaticati
con la nostra sportula
e forse era meglio essere schiavi antichi
nati
dentro la casa o comprati piccini
che più lavoravano tra le quattro mura
meno dovevano uscire per commissioni
e liberati, con gesto gentile,
facevano fruttare i loro guadagni.

E forse meglio, clienti diventati,
da casa nostra a casa del patrono
con la sportula, sì, ma destinati
ad un appoggio meno in catene,
alla infamia meno conclamata.

 Invece di essersi evoluto
l’impero è caduto
e come quando cade ogni cosa
si mischiano e si uniscono
e questi e quelli,
per lasciarci a faticare
nei nostri viaggi quotidiani
lontano dalle case,
lontani da dove si dice che si vive,
in balia del mondo
trasciniamo trascinati
schiavi con la sportula
dal giorno in cui si è nati.

La sportula è il paniere della spesa dove i poveri tengono il pane. In tutta la poesia c’è un pessimismo di vita appena temperato dall’accenno alla schiavitù antica, quando gli schiavi “liberati con gesto gentile facevano fruttare i loro guadagni”.
Per il resto, gli schiavi siamo noi, sotto il piede di un non bene identificato “patrono”, verso la cui casa affannosamente viaggiamo “a pigliare pane in faccia”, quel pane di cui abbiamo disperato bisogno per noi e per la nostra famiglia.
E la scuola, nei versi di Sabino, diventa “statale galera, carcere immeritato”: talora, nelle menti degli allievi, in mezzo al grigiore indifferenziato, emerge il ricordo di un insegnante che fu umano con loro, perfino sorridente, anche buono. Qui no: il vuoto completo. Viene da pensare alla disumanità che i prepotenti e i superbi usano gustosamente contro i più deboli, ancora più miserabili degli schiavi romani. Abbiamo soltanto quella sportula e un po’ di pane, una sopravvivenza stenterella che farebbe compassione ai sassi, ma non  al “patrono”.
Così il destino umano è di restare “lontano dalle case, lontani da dove si dice che si vive, in balia del mondo”, vuol dire: lontano da dove tutti si illudano che si viva, ma la vita, gli affetti, l’amore sono lussi inattingibili ai poveracci. Così “trasciniamo trascinati”.
Per un po’ di pane.
E trascinati da cosa?
Preoccupazioni, necessità, ingiustizie, falsità che nella poesia restano inespresse e tanto più opprimenti.
Il linguaggio è assolutamente privo di decori o artifici, anch’esso in nuda povertà corrispondente all’uomo.

Domenica Luise

Se volete, su Neobar Abele ha pubblicato una mia favola metaforica e giocosa della quale vi metto il link:
http://neobar.wordpress.com/2013/01/26/domenica-luise-gelosie-di-artisti/#comments

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9 pensieri su “Poeti di oggi: Antonio Sabino, schiavi con la sportula

  1. Pingback: Domenica Luise: Poeti per don Tonino Bello – Antonio Sabino « Neobar

    • E tu hai scelto un nome, infranotturna, che è tutto un programma. Un cero acceso che si consuma per dare luce, e lo fa con gioia anche quando tutto intorno a lui sembra spegnersi. Un cero oppure una stella o una poesia che qualcuno al mondo non dimenticherà.

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  2. Una volta gli schiavi sapevano di essere tali, oggi invece siamo schiavi inconsapevoli, ci lasciamo manovrare come marionette e siamo pure contenti, o quasi. Qualcosa infatti si sta muovendo: la gente non ne può più. Ma non sa nemmeno più chi votare…le alternative si assomigliano tutte, tutte decise a volerci ancora schiavi.

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    • E il non votare affatto farebbe soltanto il gioco dei più forti, pronti all’autoritarismo. È comunque vero che la gente non ne può più, sono stati commessi tali errori che un ragazzino di terza media se ne sarebbe potuto avvedere. È logico che le conseguenze siano questa sfiducia generale nelle istituzioni, poi basta guardare lo spettacolo che ognuno dà di sè in televisione. Vergogna. Sempre e solo a gridare e ad accusarsi, a parlare dicendo le cose sventagliandole alla massima velocità sovrastandosi gli uni sugli altri. Vedo una maleducazione imperdonabile.Tuttavia gli schiavi stanno prendendo coscienza di fronte all’evidenza.

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  3. Una poesia che lascia l’amaro in bocca, ma questa è la realtà Tu, cara Mimma, con la tua introspezione accurata ne fai un quadro perfetto, la tua disamina raffinata è profonda e arricchisce la bellissima poesia.
    Buon inizio settimana
    un abbraccio
    annamaria

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