L’ape paralitica

Era un’ape paralitica, che abitava in un paesino interno della Sicilia.
Lì c’erano ancora ragazze come lei che, il pomeriggio, passavano alcune ore a ricamarsi il corredo sedute a crocchio davanti alla porta di casa.
Non sempre era stata paralitica.
Da piccola il volo l’annoiava, ma era sempre meglio delle faccende domestiche. Suo padre e sua madre, su questo, non transigevano: o volava come natura vuole o si trovava un lavoro oppure, al limite, avrebbe cucinato il miele per tutta la famiglia.
Perfino gli esseri umani sanno che le api sono operose, questa qui, invece, era nata pigra.
Le piaceva leggere, diceva, ma a scuola aveva sempre ripetuto le classi ed, alla fine, le avevano dato la terza media per vetustà.
In pratica, la piccola ape sognava coi libri aperti davanti: ecco, adesso incontro un baldo giovane, che mi rapisce a volo e mi porta nella sua cella di lusso.
Invece, a furia di poltrire nel letto e di non esercitare le ali, divenne sempre più grassa e la prima volta che i genitori l’obbligarono a raccogliere un secchiello di polline, lei inciampò su di una foglia di margherita, sbatté violentemente la testa contro un bocciolo di rosa e giacque a lungo, a zampe all’aria, finché non la portarono, incapace perfino di raddrizzarsi, al pronto soccorso.
Consultarono i più rinomati professori, ma il verdetto fu sempre uguale: immobilità nervosa.
Le analisi erano perfette eppure la ragazzina non muoveva affatto le ali. In quanto alle zampe, gliele dovevano piegare e raddrizzare i fratelli e le sorelle. Quelli si stancavano di interrompere continuamente lo studio o il gioco e così la piccola ape provò il bisogno e il disamore.
Forse, se avesse imparato a volare bene finché era in tempo, non si sarebbe fatta male inciampando così stupidamente.
Provò a ricamare il corredo alle sorelle perché la trattassero meglio, quelle si presero la roba senza nemmeno ringraziarla, come se ogni cosa fosse dovuta.
Regalò ai nipoti tutti i suoi risparmi, quelli si presero i soldi, ma le sbadigliavano davanti e certe volte facevano finta di non sentirla quando li chiamava.
Sua madre si lamentava sempre della disgrazia che le era capitata, suo padre l’accusava di essersi andata a cercare i guai col lanternino.
Immobilità nervosa. Che bella malattia nuova!
I giovanotti dei sogni, si sa, non esistono e la piccola ape invalida rimase zitella. Dalla disperazione perse l’appetito, ma nessuno se ne accorse.
Una volta ricamato il corredo alle sorelle, le fecero lavorare a uncinetto, coi rimasugli di lana, le coperte per tutta la famiglia. Era lei che pelava le patate per il minestrone o sbatteva a lungo le uova quando cucinavano il pan di Spagna. Almeno si passava il tempo e faceva qualcosa.
Insegnò l’alfabeto ai nipotini piccoli e fu così che riprese i libri in mano.
Un giorno si ritrovò a disegnare un’ape ballerina sul margine del sillabario. A scuola era stata sempre brava in disegno, ma a quei tempi era troppo pigra e annoiata per accorgersene.
La notte sognò di danzare lieve lieve in un raggio di luna. Si trovava sul tetto spiovente di una casa di vetro, aveva le scarpette da ballo ed un tutù di velo candidissimo.
Si svegliò con la faccia bagnata di lacrime. Chiese un quaderno e una matita, sua madre vide che disegnava e dapprima la lasciò stare, dopo un paio d’ore, tuttavia, le portò il lavoro a uncinetto dicendole che, almeno, facesse qualcosa di utile.
La piccola ape sbagliò tutti i punti e dovette scucire più volte il lavoro. Suo padre se ne accorse e non disse niente, ma era evidentemente contrariato.
Il nipote minore volle fatto un problema, il mezzano un tema, la più grande le portò altra lana per un plaid ai ferri.
Chissà se la zia sarebbe stata capace di farle un vestito, una giacca o almeno un gilet, che si usava tanto.
Quel pomeriggio la piccola ape meditò. In fondo, le venne da pensare, si trattava di immobilità nervosa. Non era nulla di reale.
Provò invano, per tutta la notte, a muovere le zampe.
Il giorno dopo le riportarono il lavoro a uncinetto, venne anche la vicina di casa con un grosso pacco di altri rimasugli di lana.
< Così almeno fa qualcosa, povera creatura > disse.
Accanto alla sedia a rotelle della piccola ape c’era un cesto rigurgitante di gomitoli multicolori.
Dopo averci provato per tutto il giorno, riuscì a muovere appena l’alluce del piede sinistro. Ciò l’esaltò.
“ Se guarisco” pensava, “ vado a scuola di ballo e volo artistico. A dito a dito mi muoverò di nuovo.”Ebbe a malapena il tempo di disegnare ballerine per un’oretta, dopo si addormentò a piombo col quaderno sul petto.Con suo rammarico, quando si svegliò, si accorse che era già giorno fatto. La nipotina grande le portò  il caffelatte e, con l’occasione, le chiese se le sapesse fare un gilet a uncinetto. Sua madre le trascinò accanto, contemporaneamente, un sacco di patate da pelare.Il papà non la guardò nemmeno: stava pensando ai propri guai col capoufficio.
La piccola ape provò di nuovo a muovere l’alluce, cosa che le riuscì senza difficoltà, e subito si accorse che aveva tutte e due le zampe libere.
Stava per gridare forte la sua gioia, ma all’ultimo momento si trattenne:
voleva prima volare.
Per tutto il giorno tacque, lavorò a uncinetto, pelò patate e sbatté le uova del pan di Spagna. Non sentì nemmeno il bisogno di disegnare.
La notte, di nascosto, si alzò e si accorse subito che poteva camminare.
Allora si vestì e vide che era dimagrita tanto. L’abito di lino rosa, nel quale entrava a malapena e si sentiva come una torta alla fragola, adesso le stava più che a sacco. Cercò di sistemarsi stringendo un cordone della tenda intorno alla vita, si profumò per gioia e provò le ali: funzionavano, o così le parve.
Senza pensare al pericolo che correva, prese lo slancio e si buttò dalla finestra. Precipitò nella notte, terrorizzata, chiuse gli occhi aspettando l’impatto, ma ormai era talmente leggera che l’aria la sostenne e fluttuò soavemente.
Si ritrovò stretta al petto di un giovane uomo, che l’aveva afferrata a volo. Aveva gli occhi azzurri, la barba ed i capelli biondi inanellati che brillarono nel plenilunio, odorava di miele e la cingeva con un solo braccio mentre con l’altra mano le sollevava il viso:
< Quanto sei bella > ronzò lui.
< Anche tu > rispose lei arrossendo fino alle ali.
< Quanto sei magra e lieve > l’ammirò lui, < da dove vieni, come ti chiami, mi vuoi sposare?>
Lei tacque, oppressa dalla sorpresa. Un grillo romantico li vide, accordò il violino e si mise a suonare. Il cuore della piccola ape sembrava un ordigno bellico pronto a scoppiare di gioia.
< Mi chiamo Vita > rispose.

Domenica Luise

 

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20 thoughts on “L’ape paralitica

    • Solitamente noi donne lottiamo in dolcezza, ma oggi vedo che molte signore si sono incattivite e sanno anche diventare crudeli ritorcendo il male ricevuto con altro male, ciò le diminuisce senz’altro nella loro femminilità e ne rende indesiderabile la compagnia.

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  1. “L’ape paralitica”: il titolo da solo vale un premio!
    Mi è piaciuta tanto “..si profumò per gioia”.
    Ma quanto sei creativa?!? Ma dimmi, se vuoi: queste sono favole che hai ‘nel cassetto’ o le sforni alla velocità… di un volo d’ape?

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    • No, lillopercaso, non le sforno alla velocità di un volo d’ape… quest’ultima ha qualche vent’anni di vita. Non le pubblico cronologicamente, ma seguendo l’andamento del blog e la voglia, tuttavia le preparo in anticipo perché non mi piace, alla vigilia, che so, del natale cercare in tutte le cartelle gli argomenti e le immagini adeguate, visto che nei miei blog non pubblico alcuna immagine che non sia mia o della famiglia o di qualche amico-a che me ne hanno dato il permesso.
      Io scrivo molto rapidamente, ma poi leggo e rileggo cento volte prima di pubblicare qualcosa o anche senza pubblicazione, reputo che l’improvvisazione sia negativa, quindi debbo ascoltare bene me stessa per eliminare le minime ridondanze o forzature di stile.
      .

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      • L’avevo immaginato, la freschezza delle immagini nulla toglie alla cura dello stile. Due o tre anni fa mi sono scoperta una vena creativa nella scrittura e mi son messa a sfornare storielle per familiari e amici. A volte penso che potrei postarle, ma m’imbarazza un po’. Però mi piacerebbe avere un riscontro non… influenzato dal legame affettivo, ché, si sa, ogni scarrafone è bravo scrittore a mamma sua!! Tu che dici?

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        • Io dico che devi metterle fuori con fiducia: sono sicura che non si tratta di scarrafoni, so come scrivi e mi piace la tua naturalezza. Lascia perdere l’imbarazzo ed esponi un po’ della tua bellezza, poi ci pensiamo noi con i commenti.

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  2. la piccola “ape furibonda” qui si si arresta, all’apparenza immobile, in realtà vibrante di vita…
    il salto dalla finestra mi ricorda qualcosa, ma è del tutto secondario.
    è il volo intrapreso che mi suggerisce altri voli e altro cielo, magari quello delle api che non hanno bisogno di un fuco, essendo le regine di sé stesse.

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    • Sì, ci ho pensato anch’io, mi viene sempre in mente. In quanto ai fuchi, sono molte le femmine degli animali che, dopo l’accoppiamento, liquidano il maschio, ciò mi ha sempre fatto grande impressione perché ci sono molti modi di uccidere senza spargimento di sangue né galera. I genitori, i fratelli e le sorelle, i nipoti e anche i vicini dell’ape paralitica, in modo spietato, le invadono la vita dicendole continuamente cosa fare o non fare, non solo, ma anche mettendola con le spalle al muro “perché si renda utile” : l’uncinetto, le uova da sbattere, i compiti dei nipoti. È quanto regolarmente viene compiuto ai danni dei poeti.

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  3. Delizioso racconto, pregno di fantasia e creatività. L’ape paralitica raffigura una parte del genere umano costretto a subire le invadenze familiari, finalmente ha la possibilità di spiccare il volo e di incontrare l’amore.
    Nel tuo narrare c’è la soavità poetica che ti contraddistingue, bravissima.
    Un bacio
    annamaria

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    • Cara annamaria, purtroppo talora il nostro amore si manifesta opprimendo la persona prediletta con i consigli, i suggerimenti e i sacchetti di patate da pelare per tenerla occupata e fuori dai pericoli, invece non funziona così, chi ama lascia libero l’altro e ne rispetta le scelte anche se sbaglia e c’è modo e modo di correggerlo senza metterlo davanti al fatto compiuto ed usandolo per i propri comodi. È sempre il meno fortunato della famiglia su cui ricadono, solitamente, tutti gli impicci, tanto non ha niente da fare, non ha vita propria, che fa, è disoccupato? Allora può andare in parrocchia a pulire la chiesa e intrattenere i bambini gratis, tanto il tempo non gli manca oppure può accompagnare, sempre gratis, la vecchia zia zoppa alla visita oculistica o che so io, intanto gli altri vivono.
      Non perdiamo la nostra vita a veder vivere gli altri: abbiamo diritto alla gioia ed al rispetto.

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  4. credo sinceramente che dovrebbero ingaggiarti come “creativa” per realizzare spot di sensibilizzazione, non è la prima volta che lo penso, nelle tue metafore c’è una “forte delicatezza”, accattivante e incisiva. Anche molti adulti, oltre ai bambini, avrebbero bisogno di stimoli come questi per riflettere sul disagio della umanità.
    Ti stimo profondamente

    TADS

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    • Anch’io ti stimo profondamente, caro TADS, e le tue opinioni sono utilissime per migliorare oltre che come incoraggiamento a non fare clic e in due minuti chiudere i miei blog come pensavo poco fa.
      Ti dico sinceramente che non scrivo per i bambini, anche se una favola come questa appena pubblicata va benissimo anche per loro. Sono favole a stratificazioni come una cipolla. La mia verità è all’interno, qui volevo dire che bisogna sempre sperare contro ogni speranza e se abbiamo sbagliato (la pigrizia, la noncuranza, il fermare le proprie ali) possiamo correggerci in fretta e realizzare il sogno. Non è una favola recente, le scrivevo sul treno o in sala d’aspetto andando e venendo quando insegnavo.

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  5. Ti chiedo il permesso di copiare questo bel racconto per leggerlo ai miei alunni tra un paio d’anni, hanno appena sei anni e mi piacerebbe che cogliessero dall’ascolto i tanti stimoli alla riflessione che il tuo racconto offre:
    -l’essere che sbaglia e che non viene corretto prontamente dagli adulti, distratti da altre faccende
    -l’essere sensibile e diverso, bisognoso di cure ed attenzioni e non di sfruttamento e commiserazione
    -l’essere che si autocorregge e che trova da sè la forza e la tempra per risolvere il suo problema e raggiungere il sogno.
    sono certa che ai bambini piacerà anche per il lieto fine che offre.
    .
    .

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    • Certo, cara Ili, sì, questo racconto è adatto anche ai bambini, ma nel blog ce ne sono tanti che possono essere utilissimi nelle scuole elementari, anche la favola dell’usignola stonata va bene. Eppure io non scrivo per i bambini, ma solo quello di cui ho voglia in quel momento. Si vede che da una bambina cresciutella apparentemente ai bambini reali il passo è breve.
      Grazie per la tua presenza.

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  6. ahahah!! ma che storia deliziosa e lieve – vedo che ha avuto un ottimo successo, giustamente.
    Mi ha fatta rovesciare dalle risate l’idea dell’apina isterica visitata da una sorta di vecchio dottor Freud… Al momento non ho nessuno a cui leggere racconti, ma un domani, chissà, qualche nipotino… ma come mai non l’hai illustrato? 😦
    baci

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    • Io non illustro tutto, ma soltanto quando mi sento ispirata oppure ho tempo di disegnare o già mi trovo, fra le mie cose, l’immagine adeguata. Non prendo nessuna immagine da internet, è una mia scelta, sono tutte originali in tutti i miei blog, solitamente mie oppure di amici che mi hanno autorizzata con il loro nome e cognome e indirizzo del blog quando lo hanno.
      Presto avrai un figlio o un nipotino ai quali potrai leggere queste storie dove non ci sono orchi cattivi, hai notato? Ma non lo faccio apposta, io scrivo soltanto quello che mi piace e di cui ho voglia.

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