La mia bambina

Cara, il tuo sguardo è remoto quando apri la porta della tua nuova casa tanto bella e vedi che ho preso un treno e due autobus per venirti a trovare. Sento la voce strascicata di tuo marito:<Chi è???> e so che lui non si allontanerà un minuto dalla stanza accanto, spostandosi se noi due ci spostiamo con la scusa di guardare quant’è bella la gardenia fiorita oppure i due micetti della gatta di lusso, tutta bianca con gli occhi celesti, che adesso hai al posto della nostra soriana.
Ci ascolta senza nemmeno nasconderlo, così diverso dal perfetto fidanzato amoroso e rispettoso.
Tuo padre sta morendo, vorrebbe rivederti. Sai, semplice vecchiaia, aveva vent’anni più di me. Com’è triste già pensare di lui al passato. Aspetta a casa e non so se lo troveremo ancora vivo. Oggi devo dirtelo perché non c’è più tempo, ma volevo dirtelo da sola e che tu piangessi un attimo tranquilla.
Gli ho lasciato tutto accanto, il vicino è con lui finché non torniamo, le tristi cose di chi è alla fine e a cui serve così poco: l’acqua, un succo di frutta, la carta igienica, le medicine in ordine, e sono tante.  L’ultima volta hai detto: lui ha vissuto la sua vita, io ho ventidue anni.
Come farti capire, adesso, che non esistono vite di seconda mano nemmeno a cent’anni? Già, tu sei un frutto tardivo, quando non speravamo più di avere un figlio ed io credevo che quei disturbi fossero chissà che tumore brutto, invece era la vita che rientrava e vinceva proprio in extremis.  Talvolta ho l’impressione che tu non possa perdonarci di averti generata in età avanzata, come se fosse colpa nostra. Una sera hai detto a me e a lui: siete i miei nonni, io ho vent’anni.
E subito ti sei fidanzata con un ragazzo della tua età, ricco e sciocco, col sorriso a trecentocinquanta denti, laureato e che sbagliava i congiuntivi e tutte le frasi secondarie relative ogni volta che parlava. Nessuna sorpresa che gli avessero regalato il diploma tirando i quattro a sei come a tanti altri milioni di asini raglianti, ma no uno con la laurea in lettere moderne e col massimo dei voti. Io e tuo padre, vissuti di cultura, lo guardavamo a bocca aperta, ma tu non ti accorgevi di niente. Cos’avrebbe fatto di quella laurea uno che non poteva parlare? Ci avrebbe pensato suo padre e difatti ci pensò: lui dirigeva per finta la ditta di pannelli solari ed un poveraccio capace, ma soltanto diplomato, faceva il suo lavoro come segretario, e ci furono soldi per tutti e un gran matrimonio, tutti contenti, compreso il vicedirettore che non ebbe più problemi, con un ottimo stipendio, tredicesima e premi vari.
La mattina che ti dovevi sposare ti dissi: <Sei ancora in tempo a dirgli di no>.
Hai risposto: <Lo voglio>.
Così andammo e facemmo il matrimonio ed io con papà piangevamo e tutti ci credevano commossi. I congiuntivi e le relative erano un niente in raffronto alla sua disumanità: <E mica posso pensare io a tutti i mali del mondo> diceva.
Morivano le persone nel terremoto, veniva l’onda anomala, scoppiavano le bombe di metano davanti alla scuola? Lui sbadigliava e chiedeva il limoncello, per cui aveva una predilezione.
<Cambiamo canale, che noia>.
Era per questa assenza di compassione che tuo padre ed io piangevamo trattenendo i singhiozzi e ci sono le fotografie, <Mamma, sei sempre brutta, e non potevi smetterla di piangere?>.
Così ho corretto le foto con photoshop, non c’è voluto granché e ho trasformato tutte le mie lacrime in dolci sorrisi, ho messo i file sulla chiave usb e ho fatto sviluppare le foto, che ti ho regalato da mettere nel tuo album di pelle bianca e oro, ma tu le hai sempre lasciate lì, nella loro busta, in un angolo della libreria.
E dire che credevo di suscitare il tuo entusiasmo, figlia, cosa non mi perdoni?
Adesso porti la spilla antica che fu di mia madre e prima della nonna e prima non so. Te l’ho data il mattino del matrimonio dopo avere svuotato il conto in banca e ancora stiamo pagando i debiti residui. Non ho più niente nei cassetti e nell’armadio. C’era un copriletto azzurro di seta pesante dipinto a mano con fanciulle, fiori e farfalle, adesso ci dorme la tua gatta perché lui dice che non gli piacciono i fiorellini. Lì sotto quanto fummo felici io e papà. Provo la smania di rivederlo per passare questi ultimi giorni o minuti con lui, a ricevere le sue parole. A me non è importato che avesse vent’anni più di me, non era sensato e lo sapevo, ma lo amavo. Tu, forse, ami quest’uomo che hai sposato e al quale non dici mai la verità sennò si arrabbia? Perché è ricco, ma taccagno e ti conta i soldi che spendi.
<Ragazzi, vi debbo dire una cosa.
Papà sta male, forse muore.
Anzi, morirà senz’altro. Vi vuole vedere.
Non c’è tempo. Dobbiamo correre>.
Ecco, gliel’ho detto. Lui si altera in faccia.
<Potevi telefonare, perché venire? Oggi non posso, domani>
<Domani è tardi. Ora>.
Mia figlia corre a prendere la giacca, la borsa, in un momento è pronta. <Io non vengo> insiste lui, <il mio vice non può cavarsela da solo, c’è l’incontro con i giapponesi proprio fra mezz’ora>.
<Questa non te la perdono> sibila la mia bambina. Gli gira le spalle e corre al telefono a chiamare un tassì, faccio in tempo a sussurrarle: <Hai preso i soldi? Io ne ho pochi, giusto per treno e autobus>.
<Stai tranquilla, mamma>.
Annuso un attimo il buon odore di profumo firmato che emana da lei, lui sembra mortificato e sta zitto. Strano. Pensavo che si arrabbiasse. Dice: <Domattina vengo presto>. Ed aggiunge sottovoce all’orecchio di lei: <Così ti prendo e ti porto a casa>.
Sono vecchia, no sorda. E nemmeno rincitrullita.
L’unico desiderio che ho è di rivedere vivo mio marito, anche per altri soli cinque minuti.

Domenica Luise

 

 

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20 thoughts on “La mia bambina

  1. vero o di fantasia, il post è una fotografia della realtà. L’agiatezza economica dovuta a circostanze fortuite è già arrogante di suo, se poi viene nobilitata da titoli accademici estorti… aliena ogni residuo di umanità e galvanizza il delirio di onnipotenza.

    TADS

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    • Caro TADS, non sai quante confidenze siano passate in quelle sale professori in qualche ora libera, oppure a correre in macchina senza meta. Mi ricordo una volta, per tutte le strade dei dintorni, io in silenzio e la collega a gridare e a piangere. L’indomani mattina la rividi in sala professori, le sorrisi e la salutai. Lei mi fissò e disse: Io ti ammiro, dopo tutto quello che ti ho detto ieri ti comporti come se niente fosse.
      Perché, ho risposto, che cosa mi hai detto ieri?
      E non ne abbiamo parlato mai più.
      Mai approfittare di una confidenza ricevuta, chiedere, soprattutto curiosare con la scusa dell’affettuoso interesse.
      Nel racconto ho alterato i fatti, che però partono da rapporti coniugali basati sulla finzione, dove uno comanda e l’altro subisce, almeno fino a quando la vittima non si rivolta.
      E le donne inasprite diventano più crudelmente raffinate dei maschi.

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  2. Scritto come al solito benissimo. La narrazione fluisce scena dopo scena, attraversando una vita, e tutti i personaggi sono realistici e riferibili a situazioni altrettanto reali.
    La sensibilità che viene soffocata dal richiamo alla ricchezza e all’apparenza.
    Gli stati d’animo di chi ha ben presente quali valori vengono adottati in questa società che sta declinando. Un vecchio padre muore, tanti vecchi, padri e madri, muoiono, nella completa indifferenza dei figli.
    Io mi ritengo fortunatissima ad avere i miei che pensano a noi due che stiamo invecchiando, e che ci amano e sostengono proprio adesso che ne abbiamo bisogno.
    Mi piacerebbe che i giovani fossero tutti così.

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    • Cristina, dipende tutto dall’educazione: la presa di coscienza non può iniziare a vent’anni, va fatta subito, prima ancora dell’età della ragione. A cinque anni il carattere è formato. Così i genitori debbono darsi da fare appena il piccolo viene al mondo, circondandolo di amore, ma anche evitandogli tanti vizi. Lo so che non è facile nella società di oggi basata sull’edonismo. E fortuna che l’educazione permissiva ha fatto ormai il suo tempo costruendo tanti imbelli mai adulti.
      I giovani sono come li abbiamo educati.

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  3. scusami sai, io non sono per le ipocrisie e non mi posso aggiungere al coro di meraglia e ammirazione. Non trovo niente di straordinario nel tuo racconto. non bisogna essere ricchi e fortunati per essere insensibili. Non è necessario. Vedessi quanti poveri in canna sono cattivi, insensibili, disumani.
    Scusami, sono anche queste categorie vecchie; il crepuscolo dei sentimenti e dei valori ha toccato tutti. Ci siamo globalizzati anche in questo. I quadretti da libro cuore purtroppo sono letteratura e tali rimangono.
    Il “genero” ricco ed ignorante per fortuna è laureato in lettere, pensa tu se fosse un ingegnere oppure un architetto o peggio ancora un medico!
    ciao

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      • Anche sulle “botte” alla moglie ci avevano detto da bambini che i poveri, gli ubriaconi, la gente derelitta era adusa a questo. ma sapessi quanti ricchi, colti, persone famose e di alto livelo sociale praticano il “dagli alla moglie”. Forse lo fanno in modo più raffinato!? ehehe. scherzo ma il problema è serio!
        ciao

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  4. Una storia di vita come tante altre, purtroppo; quello che colpisce, più del congiuntivo sbagliato e della bassa soglia culturale del genero è la freddezza e l’assenza di partecipazione ai valori della famiglia e della vita. Piace invece il risveglio. pur tardivo, della figlia.
    Bel racconto, Mimma: si legge d’un fiato, lasciando un leggero alone di angoscia.

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    • Quella è l’angoscia contenuta nel nostro vivere quotidiano, dove malgrado ogni stento fra noi e gli altri esistono i crepacci del Grand Canyon del Colorado. Spesso la fatica di vivere , già all’interno della famiglia, è compiuta soltanto da qualcuno mentre qualcun altro gli si oppone per incomprensione, competizione, anche bassa invidia o semplice mancanza di magnanimità, educazione e cultura.

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  5. Risposta per linonoli: ma certo, su questo non discuto, e se le donne avessero abbastanza forza fisica da ricambiare si ammazzerebbero a vicenda anche fisicamente oltre che psicologicamente. Come in tutte le cose e le situazioni, c’è il bene, c’è il male e c’è chi si arrabbatta fra l’uno e l’altro, tuttavia l’amore esiste ed io l’ho visto in atto sia in papà e mamma che nei miei zii in lunghissimi matrimoni durante i quali, talora, si sono anche azzuffati com’è umano che sia, hanno fatto pace e si sono comunque voluti bene.

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  6. Oh, cara mi sono commossa, nel finale la figlia che prende il cappotto e va con la madre, ho ancora i lacrimoni. Io sono fatta così: quando le storie mi toccano il cuore piango come una fontana. Pensa che i miei mi conoscono come quella dalla lacrima facile, poi le storie che si risolvono bene, che riuniscono gli affetti mi toccano tantissimo.
    Sei stata bravissima, hai scritto una storia che accade nella realtà, figli ingrati che dimenticano il bene ricevuto, e se dopo si ravvedono è bellissimo.
    un abbraccio
    annamaria

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    • Questo tipo di lacrime, cara annamaria, ci fa molto bene: dimostra la nostra capacità di compartecipazione ed è come se ci liberasse e ripulisse. Poi viene il momento che anche le lacrime impietriscono, come davanti alle ulteriori scosse di terremoto in Emilia, agli altri morti, ai crolli, alle proprie piccole care cose perdute.

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  7. così ben fatto, sì, ben fatto – per il modo ed il significato… che me lo bevevo, ‘stò racconto, e pensavo: “sarà mica vero, vero?”. Boh. Ma i sentimenti sono sempre veri! Ed è stato ben fatto scriverlo tu e noi leggerlo. Grazie Mimma.
    Baci

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    • Fortunatamente non è proprio vero questo racconto (o altrimenti lo avrei presentato come “testimonianza”), ma sfortunatamente sono veri episodi molto simili se non peggio. Quando una ragazza e un ragazzo si sposano non sono arrivati a nessun traguardo, stanno soltanto partendo per un’avventura non facile e non sempre serena.

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    • Già: ha osato opporsi dopo avere tanto sopportato. Io ho una frase colorita in questi casi, dico che hanno gli occhi foderati di prosciutto. Sopportare tutto è sbagliato, bisogna chiarire cercando una parità e complicità mentale che ci può essere soltanto tra moglie e marito. Il rapporto “vero” uomo-donna è difficilissimo, tuttavia con l’intelligenza e l’affetto molto si può fare. Vale anche con i figli, con gli allievi, coi parenti e con gli amici, non ultimi nella lista.

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