Il biglietto vincente

 

Lei adesso aveva lasciato che i suoi bei capelli castano scuro rimanessero bianchi. Già, dopo la broncopolmonite non aveva più avuto la forza di andare dalla parrucchiera a tingerli. Aveva tossito per nottate intere da sola e cercando
di fare piano per timore che i condomini sentissero attraverso quei muri
di carta velina, il cui intonaco si sbriciolava arrotolandosi su se stesso
per l’umidità, non finiva mai di spazzare e spolverare.
Infine la febbre era passata. Il medico smise di venire due volte al giorno,
i vicini di casa l’avevano aiutata a turno, non le era mancato nulla:
la colazione con le fette biscottate, il burro, la marmellata
e un bellissimo latte e caffè di lusso, come diceva lei tentando di scherzare,
glielo portava ogni mattina alle otto e mezzo la signora Lucia, al pranzo
pensavano a turno Anna e Lina, altre due amiche del suo stesso pianerottolo,
alla cena quelli che capitava cucinassero qualcosa di meglio.
In quella palazzina era tutta gente modesta.
Era in convalescenza e venivano a trovarla le giovani figlie delle dirimpettaie
per chiederle se ancora avesse bisogno e di non fare complimenti,
la signora Carla scuoteva un pochino la testa piumosa, diceva
che non si disturbassero oltre, ma intanto quel senso
di stanchezza profonda non la lasciava.
I suoi parenti avevano telefonato qualche volta: la sorella con le due figlie,
il fratello con la figlia unica, tanti auguri, riguardati, prenditi
una donna che dorma con te, noi siamo raffreddati, noi abbiamo mal di testa,
mal di pancia, mal di orecchie, i ragazzi sono sempre a letto malati,
noi lavoriamo.
Con lei non aveva comunque dormito nessuno per paura di attaccarsi,
le portavano quel cibo presto presto e guardavano l’orologio per andarsene
quasi senza respirare. Si vergognava di tossire così e anche
che nessuno dei suoi parenti fosse venuto a farle visita.
Sospirò guardando fuori dal finestrone una pianta di calla,
in cortile, dove c’era una piccola aiuola che lei curava. Il fiore
ingrassava a vista d’occhio, era bellissimo. Lo vide sbocciare e sfiorire tutto, intanto altri boccioli si allungavano con una specie di irruenza vitale che la commuoveva, alla fine era guarita, disse il medico.
Prima di ammalarsi aveva comprato al bar un biglietto della lotteria, così,
era stato un momento di speranza, ma si era subito pentita di avere
sprecato quei soldi. Le era venuto un pensiero:
potrei vincere un premio secondario e cambiare quel salotto vecchio.
Magari mi comprerei un cappotto a colori, sono stufa del nero.
Già. Dal tavolinetto elegantemente intarsiato, ultima traccia degli antichi
fasti, il marito le sorrideva con gli occhi seduttivi. In quella fotografia
sembrava vivo. Gli ricambiò il sorriso e disse ciao a mezza voce.
Conservava dentro di sé tutti i loro ricordi, litigi compresi,
ed ognuno pungeva come un coltellino di fuoco.
I loro due figli lavoravano insieme al nord  Italia in un cementificio.
Telefonavano ogni tanto e venivano giù sette giorni in estate
con la fidanzata di turno, tutte brave, belle e ignote. Una notte
le era parso di morire perché perdeva fiato.
L’indomani telefonò ai figli, ma trovò i telefonini staccati.
Richiamò a lungo, niente. Terrorizzata fece il numero della loro
padrona di casa, ma come, non lo sapeva? C’era il ponte del primo maggio
ed erano partiti con le fidanzate, una gita a Parigi, poverini,
almeno si svagavano un po’.
Eppure gliel’avevo detto che sono ammalata, pensò la signora, che poi
non era tanto vecchia, soltanto tutta bianca di capelli e un po’ magra.
Oggi sessant’anni appena compiuti non sono nemmeno l’inizio della terza età,
come la chiamano.
Aprì la televisione e si stordì con un film pieno di sparatorie.
Uscì a comprare un po’ di spesa, dopo la broncopolmonite
si sentiva frastornata come se galleggiasse. Passò davanti al bar
e pensò di sedersi a prendere il caffè con un cornetto alla crema di agrumi,
mentre mangiava gli occhi le andarono al cartello:
Vinti in questo bar duecentocinquantamila euro.
Seguiva il numero del biglietto.
Chissà chi era il fortunato o la fortunata.
La fortunata?
<Ha visto che roba? Nessuno dei paesani ha intascato ancora quella vincita,
deve essere stato qualcuno di passaggio> disse il cameriere portandosi via
la tazza vuota.
La vecchia signora memorizzò il numero, tornò a casa ripetendolo a mente,
controllò il proprio biglietto: aveva vinto.
E la somma era iperbolica, per quanto non il primo premio.  
Tutto il problema, adesso, era come intascare e cosa farne.
Decise di concedersi un giorno vuoto, senza prendere iniziative subito. I figli, la sorella, il fratello e i nipoti non erano venuti per la broncopolmonite, ma si sarebbero precipitati a tuffo sui soldi così come avevano fatto in passato alla morte di suo marito. A momenti le portavano via pure l’anello
del fidanzamento per avere “un ricordo”.
Allora si era sentita come dissacrata e non voleva che si ripetesse.
L’indomani mattina si mise il cappotto buono e una borsetta di similpelle
piuttosto consunta agli angoli, non aveva altro.
“Sembro una pezzente” pensò.
Prima di tutto controllò che il biglietto vincente fosse proprio il suo
ripetendolo a memoria fino al bar. Era il suo.
Si fece servire la solita colazione e il cameriere disse le solite cose.
Bravo ragazzo, figlio di amici.
Così, con questi soldi, non avrebbe avuto più problemi a pagare le spese di condominio, che ogni volta la disseccavano.
E si sarebbe comprata un cappotto a colori. E il più bel salotto mai visto.
Bisognava anche andare dalla parrucchiera  e fare una permanente
morbida e castana.
Dopo entrò in banca e chiese un colloquio col direttore, gli disse
che voleva momentaneamente mettere i soldi su un conto corrente e,
dopo alcune spese necessarie, li avrebbero investiti insieme.
Ci poteva pensare lui, nel massimo segreto?
Il direttore, che aveva accolto quella donnetta con un misto
di benevolenza e compassione, cambiò subito atteggiamento.
Giurò che avrebbe fatto del suo meglio e nessuno, mai, avrebbe saputo nulla.
E così fu.
Quando in estate vennero giù i figli a farsi i bagni con le nuove fidanzate,
trovarono dei cambiamenti.
La madre aveva traslocato, adesso abitava in centro, insieme ad altre
due signore, anch’esse vedove, ma più giovani di lei.
Aveva messo un annuncio sul giornale e aveva scelto le persone che
le erano piaciute di più: un’avvocatessa ed una dottoressa.
E così, disse, vivevano felici e contente dividendo le spese dell’appartamento,
che era bellissimo.
Grande, pieno di vetrate, con una vista sul giardino che lo circondava
da tutti i lati e il mare sullo sfondo. Ogni signora aveva
una propria stanza con tutte le cose più care, compreso il tavolinetto
intarsiato che faceva gola ad ognuno di loro.
<Ma come fa la mamma a pagare le spese per questo appartamento?>.
<E noi, quest’anno, dove li facciamo i bagni?>.
<Lei ci preparava i buoni pranzetti>.
<Non possiamo rimanere qui?> chiesero le fidanzate.
<Non vedete che non c’è posto? E poi non è più sola, dovrebbero
essere d’accordo le sue due amiche>.
La vecchia signora leggeva i pensieri dei suoi figli. Già: non era più sola.
 

                                                                     Domenica Luise
 
 
 
 

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19 thoughts on “Il biglietto vincente

  1. Bel racconto,come al solito scritto molto bene.Con quella latente amarezza che traspare nei rapporti, che quanto più dovrebbero essere profondi poiché parentali, tanto più sono di indifferenza nei momenti cruciali e di opportunismo quando conviene.Realtà ineludibile al giorno d'oggi? Specchio del sociale? Vorrei sperare di no, ma quando i riferimenti principali sono il dio denaro e il piacere a tutti i costi, inevitabilmente si scivola verso l'egoismo e l'egocentrismo, ritornando allo stadio infantile anziché crescere. Che poi sono le vie del "signore" attuale, quello che propina simboli mediatici ad hoc, perché la saggezza è pericolosa.Ciao, Mimma.Un abbraccio,da Wilma. 

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  2. Molto malinconico per buona parte del testo questo bellissimo racconto, purtroppo abbastanza verosimile.Mimma cara, quanti figli si interessano ai genitori solo quando devono chiedere loro qualcosa?Che colpo di scena però, quella vincita! La signora dai capelli bianchi ha risolto i suoi problemi economici, Resta però l'amarezza per quei figli che non si sono preoccupati della sua malattia. Se solo avessero sospettato la vincita alla lotteria, l'avrebbero assillata di premure.Molto bello e scritto bene.Un abbraccio, amica caraRossella

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  3. bellissimo racconto, la tua solita maestria.e quanto veritiero!Mimma, se vinco, vieni anche tu? saremmo più di tre, ma ognuna con la sua privacy e il suo mondo, insieme solo quando se ne ha voglia e per sorreggersi a vicenda.poi tu lo racconterai ancora…ma come potrà avvenire, se non compro mai biglietti?ho capito, farò un patto con chi so io.e forse funzionerà meglio della lotteria.abbraccio grande.

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  4. Straordianaria scrittura di vissuto che purtroppo  è attuale,l'egoismo pervade nelle nostre famiglie, mea culpa, e giàchi troppo da, poco riceve. Amereggiata da tutto fa bene la signora  a godersi la sua vincita. Forse così sarà un po' meno sola. Anche se l'amore dei figli manca e fa male, molto male.Un sorrisoun abbraccioche bello che sei tornata!!!Chiara

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  5. Racconti storie amari, vere e piuttosto comuni…tranne per il finale. Così con grande semplicità di linguaggio ci fai toccare con il cuore la solitudine di tanta gente, oggi, in questo mondo che corre corre verso dove non si sa.Molto piaciutofranca

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  6. Buongiorno, care signore! Grazie per i vostri commenti e le considerazioni intelligenti. In fondo anche questa è una favola con un lieto fine perché normalmente le vecchie signore non vincono lotterie, ma è quello che vorrei avvenisse. Quando si riceve troppo disamore, alla fine, è ovvio rivolgersi ad altri amici o amiche e ricostruirsi una vita nuova, almeno servirà a cambiare il tipo di noia quotidiana ed allontanerà i tristi pensieri.

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  7. E' proprio una di quelle storie che piace a me, dove il buono finalmente ha la sua rivincita, il suo riscatto, mentre gli egoisti restano a guardare con un palmo di naso. Dovrebbe essere sempre così! 

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  8. Cara, nelle favole è così ed io amo le favole. Mi aspetto grandi cose dal resto della vita e dalla mia eternità, su questo blog vorrei lasciarvi un pezzetto della mia umanità, chi mi vuole? Un abbraccio per tutti, anche per i muti, e vivete felici.

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  9. Che bello ritrovarti con uno dei tuoi deliziosi racconti a lieto fine e dentro tanti ingredienti della vita ben miscelati…Io sono tra chi non li acquista mai e quindi sarà difficile che vinca e invece  un cappottino nuovo mi ci vorrebbe…eh, eh, ehGrazie Mimma ! kiss

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  10. Complimenti, Mimma cara, per tutto ciò che stai facendo o hai in progetto di fare.  Sicuramente non hai il tempo di annoiarti o tediarti. Grazie del bellissimo commento, aspetto con ansia qualche altro tuo succoso post..Un bacioneRossella 

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  11. Che piacevole lettura, cara Mimma, non ho perso una riga, non ho dovuto rileggere per comprenderne il nesso e non solo la mia mente si è estraniata dal mio ambiente e mi pareva d'essere lì con la protagonista. Sei bravissima, hai un tocco speciale e una fantasia che mette di buon umore. La realtà è quella che racconti, parenti e figli sfruttano e concedono molto poco, la soluzione della donna è senz'altro la migliore, la farà vivere serenamente e in compagnia che poi è il sale della vita.ti abbraccio con affettoannamaria 

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  12. Buonasera, signore, benvenute, benvenutissime, molto più benvenutissime assai. Evviva. Auguro ad ognuna di voi un biglietto vincente del genere che preferite. Dopo mi raccontate?

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  13. Corro anch'io a comprare un biglietto…quanta gente potrei fare felice!Ma io ho una figlia che vale molto più di una vincita alla lotteria, sono una di quelle mamme fortunate,  lei è sempre presente anche quando non ho bisogno è presente…e sa che da me può ereditare solo amore, poichè non ho niente altro da lasciarle…neppure un tavolino…Quanta tristezza ho nel cuore per tutti quei genitori abbandonati e credimi Mimma sono tanti.Nei quindici anni passati a occuparmi degli anziani ne ho viste di tutti i colori…persino due fratelli scazzottarsi sul sagrato della chiesa ai funerali…sempre per soldi…Amaro, vero,  e scritto bene il tuo racconto fa molto riflettere.Un abbracciofrantzisca

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  14. Buon pomeriggio e felice serata a tutti. È vero, questo racconto è amaro. Penso che ci sia un proverbio universale, qui diciamo: una madre è buona per cento figli e cento figli non sono buoni per una madre. L'aggettivo "buono" significa capace di crescere, amare e sostenere cento figli. Invece cento figli non sono, molto frequentemente, capaci di amare e sostenere la vecchiaia della propria madre, ormai sfruttata in tutto e per tutto fino al ruolo di baby sitter non pagata sempre in servizio. E basta. Sarà che i nonni sono comodi e quasi sempre disponibili, ma vivono anch'essi di vita propria: scopritelo. Hanno diritto al rispetto, al tempo libero, all'invito, all'aiuto necessario sorpassando quel miserevole rapporto di dare-avere così facilmente instaurato dalla ruota della vita.Francesca, tu hai capitato il più desiderabile biglietto vincente.

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  15. Interessante la traduzione del proverbio nel tuo dialetto, caro Mike. E anch'io odio le lotterie, il lotto, tutta questa frenesia di tentare la fortuna dea bendata e finanche i sorteggi parrocchiali, difatti non vincerò mai perché non gioco mai. E non per risparmiare: mi dà fastidio la cosa in sè e per sè.

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