Icara

 

 

Guardava sempre il mare dalle finestre della sua casa, sarebbe bastato attraversare la strada e correre fino alla battigia sui piedi nudi, a sentire le onde fra le dita.

Ma adesso non poteva.

Le bambine avevano cenato ed erano a letto tutte e due, lui stava per arrivare. Il tramonto trasformava i colori sullo stretto di Messina.

Non voleva che si arrabbiasse, a fine giornata era sempre pronto a scattare. Controllò che l’acqua già bollisse, appena sarebbe entrato dalla porta avrebbe dovuto buttare gli spaghetti e, nel tempo necessario a mettersi comodo, sarebbero stati al dente. La sera gli piaceva la pasta condita sempre in maniera diversa, stavolta olio, aglio e peperoncino.

Voleva anche mangiare insieme a lei e bere un bicchiere di vino rosso, di quello che gli regalavano.

Molto rispettato in paese, allegro con tutti tranne che a casa,  generoso, protettivo,  serio con le signore anche se galante. Era diventato rapidamente capomastro da giovane apprendista muratore e, nel tempo,  si era trovato a comandare, lui diceva guidare, schiere di ragazzi in quell’arte difficile. Quanto fatto sotto di lui era perfetto, i muri non si scrostavano, le mattonelle resistevano appese senza lesionarsi, i tubi non perdevano mai, gli scarichi dei bagni erano silenziosi ed efficienti e le luci dei lampadari si accendevano docilmente senza lampeggiare, perfino la marca delle lampadine che lui faceva avvitare aveva una durata maggiore.  Nessuno doveva protestare, era la sua logica  ferrea e tutti pagavano volentieri un lavoro eseguito secondo le regole oppure, si sa, dovevano rivolgersi agli incompetenti che, in questo campo, sono innumerevoli.

Così Manuela, per tenerlo calmo, quando era sola mangiava il meno possibile e si sedeva a tavola con il piatto pieno davanti:

< Perché così poco ? > diceva suo marito, < non ti sarai messa in dieta tu pure > e caricava, né si poteva dire basta o spaccava qualcosa.

Le raccontava minutamente la propria giornata e si informava: < Hanno fatto le brave le bambine? Chi ti ha telefonato? Si è sentita tua madre ? >, frasi normali, ma le reazioni erano sopra le righe:

< Accidenti accidentaccio, non ti telefona mai >.

< Accidenti accidentaccio, ti telefona sempre >.

Si stirava sbadigliando contro lo schienale delle sedie che, sotto il suo peso facevano cric croc e spesso si spezzavano: < Ti mando un amico domattina, deve ritirare la sedia e andarsene subito. La riporterà nel pomeriggio, ma ci sarò io >.

Era pieno di amici per tutte le necessità.

< Vedi che il macellaio ti deve portare un capretto già tagliato a pezzi, fallo tutto per pranzo con le patate al forno >.

Manuela annuiva con entusiasmo, sarebbero stati almeno in sette.

< Va bene pasta al ragù, ti raccomando, abbondante. Patate al forno per contorno, vedi che l’ultima volta le hai lasciate crude. A che pensi? >.

< Che devo andare a comprare la frutta >.

< Macchè comprare,  mi hanno regalato una cassetta di pesche, ma le ho dimenticato giù in macchina, ora vado e te le porto >.

Il tempo che egli andasse sotto, Manuela sparecchiò e mise a posto quei due piatti. Da anni ci pensava. Ormai le ali erano quasi finite sia per lei che per le bambine, potevano spiccare il volo quando le piccole sarebbero state pronte. Bastava che battessero forte le braccia  una volta salite tutte e tre sul parapetto del balcone e non avrebbero volato troppo in alto perché il sole non sciogliesse la cera né troppo in basso per non essere risucchiate dall’acqua del mare. Una volta in Calabria avrebbero fatto una gran sorpresa a sua madre e non sarebbero tornate indietro mai più.

Per il momento le bambine avevano ancora paura di cascare dal balcone e volevano scendere subito dal parapetto dove lei tentava di farle abituare.

Aveva confezionato le ali con le piume delle oche che, nel tempo, un contadino regalava a suo marito: per precauzione le aveva prima cucite su una stoffa molto resistente  e dopo incollate con la cera che stava attorno alle provolette. Lui aveva subito trovato le ali nello stanzino, ma lei gli aveva detto che servivano per giocare con le figlie a carnevale e, poiché non gli costavano un euro, aveva lasciato fare, sia pure brontolando che era tutto tempo perduto.

Le bambine si divertivano in casa facendo finta di essere gabbiani oppure angiolette,  ma non erano ancora pronte a lanciarsi. Voleva che provassero quell’ansia di libertà come l’aveva lei.

Del padre avevano tanta paura che in sua presenza ammutolivano.

In Calabria sarebbero state sempre felici.

E poi le ali erano resistenti, montate e incollate bene su cartone. Mancavano solo ancora alcune piume, poche, e che le piccole si decidessero.

Era  da anni che aveva una poesia in testa, si intitolava Icara:  una poesia senza parole.

Nessuno doveva saperlo, però voleva salutare l’edicolante sotto casa prima di partire, era un buon vecchio che aveva qualcosa nello sguardo. Forse aveva capito perché una volta lui era stato sgarbato mentre comprava il giornale e l’aveva chiamata “ cretina “.  Poi l’aveva subito accarezzata : < Scusami, amore >, e quella era stata l’ultima volta che lei gli aveva creduto, portava ancora i segni delle nerbate, appena a casa si era levato la cinghia e, mentre le piccole piangevano e lei gridava : <  Andate a chiudervi nel bagno >, lui l’aveva colpita più volte, due colpi le erano andati sulla gola e sul seno. Non doveva più capitare.

 

Il vecchio edicolante guardò la ragazza, che lo salutava così gioiosamente: < Vado dalla mia mamma con le bambine  > diceva, < partiamo appena le ali sono pronte, a volo >.

< E quando tornate? >.

< No, non torniamo.  Mancano solo poche piume d’oca , ma le piccole hanno ancora paura a lanciarsi dal parapetto >.

< Mi scusi, signora, non capisco >.

< Non importa. Volevo soltanto salutarla, tutto qui >.

< Ma suo marito che dice ? > .

<Nulla, lui non c’entra, non viene >.

< Ma… >.

< Mi scusi, è tardi, devo andare. Grazie di tutto >.

L’uomo la fissò a lungo mentre si allontanava con quell’andatura danzante che lo affascinava. Bella era bella. Chissà perché teneva, da alcuni giorni, una sciarpa di seta intorno alla gola col caldo che c’era. Scosse la testa e si dedicò a due ragazzine che non si capiva cosa volessero e ridevano sfrenatamente ammiccando fra di loro.

 

Una notte che tornava a casa sbronzo parve all’edicolante di vedere sospesa, sul davanzale del muratore, la santa Vergine che tendeva il Bambinello al cielo. Si stropicciò gli occhi e pensò che avrebbe bevuto di meno. Per di più il Bambinello piangeva, anzi gridava disperato.

Tutte le notti, alla stessa ora, tornò lì sotto in piena coscienza, ma nulla successe.

Tenne la bocca chiusa con tutti, moglie compresa anzi, specialmente la moglie, o l’avrebbe preso per pazzo e diffuso la notizia ai quattro venti.

Dopo sette giorni si convinse che era stato l’alcool, si congratulò con se stesso per non essersi fatto scappare il fatto con nessuno e non ci pensò più.

Riprese anche a bere come prima della visione, sorridendo di se stesso. Dopo cena diceva che andava a farsi la solita partita con gli amici e certe volte si ritirava alle tre di notte o dormiva sotto un fanale, tanto sua moglie non protestava. Una volta l’aveva amata, adesso non sopportava il suo sguardo che lo evitava e le parole smozzicate.

Così la rivide, ma stavolta i bambinelli erano due, uno in braccio e l’altro che gridava aggrappato alla sua gonna. Trasvolava all’altezza della casa del muratore, gli parve anche di sentire come se cantasse una specie di ninna nanna.

Restò a bocca aperta stropicciandosi gli occhi.

Certamente uno era Gesù e l’altro, più grandicello, un angioletto.

“ Ho le allucinazioni da alcool, stavolta smetto “ mormorò abbattendosi sul selciato in ginocchio.

La visione non accennava a scomparire, anzi scese dolcemente giù ed entrò in casa attraversando la porta a vetri come un fantasma.

 

La moglie del muratore e le due figlie stavano sedute sul parapetto del balcone con le gambe a penzolare nel vuoto. Una piccola folla di paesani si era radunata di sotto.

< Vi saluto tutti, stiamo partendo > gridò lei, ma le parole non si capirono.

Egli corse a chiamare i carabinieri e telefonò al capomastro sul telefonino: < Tua moglie sta per buttarsi dal balcone con le bambine > gridò. Dopo averci pensato un attimo chiamò anche il medico. Ed in fondo era sollevato di avere visto soltanto la sua vicina di casa e non la Santa Vergine.

Arrivarono praticamente insieme e i carabinieri fecero appena in tempo ad afferrarla insieme alle bambine. La ragazza svenne, le piccole urlavano.

La misero sul letto e il dottore incominciò a spogliarla, appena le tolse la sciarpa di seta dal collo vide i lividi.

E poi, giù giù, sia sul petto che sulle spalle, segni viola e rossi di fuoco. La febbre altissima con un tremito convulso dalla testa ai piedi.

Interrogarono il marito, che continuò a negare a testa alta, poi a testa bassa, poi piangendo:

 < Non so chi sia stato,  mi conoscete, io non l’ho mai sfiorata, sono innamorato di lei. Vi giuro che non sono stato io >.

 

< Mamma > disse Manuela, < allora siamo arrivate. Le bambine avevano paura di volare, io no >.

< Mamma, le ferite mi bruciano di meno, mi hai curata tu con la crema che fa bene a tutto, quella bianca ? >.

< Mamma, non piangere. Non tornerò più da lui >.

< Mi aveva chiamata cretina davanti all’edicolante. Ma io ho costruito le ali >.

< Dove sono le bambine? >.

< Mamma, ho sete >.

 

Domenica Luise

 

 

28 pensieri su “Icara

  1. Mimma, è dolorosissimo, ma tu l’hai trattato con la grazia della tua bella scrittura. Ci sento tanta realtà, purtroppo, in questo racconto…
    Tu con i tuoi occhi attenti, bravissima

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  2. Cara Mimma, come è ben scritto questo tuo racconto, come riesce a farci sentire la speranza dolente di chi è libero (forse, che a quel punto si dubita di tutto) solo nel cuore. Crescendo dolcissimo di chi non vuole cedere alla sofferenza di fronte a un mare che si può superare solo sorvolandolo, con ali mitiche e infantili.
    Bravissima, ti abbraccio con commozione e affetto, Flavia

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  3. ogni riferimento è puramente e oggettivamente indicativo di una realtà così diffusa da far sembrare accettabile ciò che per millenni le donne hanno subito.
    Altro che ali!
    voliamo comunque, e ora sei anche su AURORALIA, dove il volo si sta manifestando in tante magnifiche varianti.
    buona giornata
    cri

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  4. Mimma non ho tempo di leggerlo ora ma il titolo mi fa presagire qualcosa di triste, spero di sbagliarmi.
    Volevo dirti che qui da te si sta bene confronto ad altri posti…mmmhh.
    Un bacio grandissimo. Lo leggo un altro momento. Abbraccio.

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  5. Ho commentato da Sinestetica, e qui trovo il racconto completo. Preferisco questo nella versione integrale, è dolcissimo e molto più esaustivo e coinvolgente. Sai emozionare con i tuoi scritti, come anche sai divertire e far volare con le tue ali fantastiche. In questo caso è una vicenda ricca d’emozione e di consapevolezza che ancora ci sono donne che subiscono violenze psicologiche e fisiche, la cui disperazione le porta a meditare il volo liberatorio.
    E’ un piacere leggerti.
    Un caro abbraccio.
    Annamaria*

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  6. Buonasera, signore, eccomi qui appena rientrata. Buonasera anche a qualche signore, se c’è di passaggio. Stavolta il racconto è duro, di pura invenzione. Va bene che pure gli altri sono inventati, tranne quelli presentati come testimonianze ( andate nelle categorie e fate clic su testimonianze ).
    Diceva la mia mamma: U ciriveddu umanu è comi na scaffogghia i cipudda.
    Significa, tradotto alla lettera: Il cervello umano è come una buccia di cipolla.
    Sottilissima, che si spezza facilmente.
    Cerchiamo di rispettarci gli uni con gli altri, è la miglior cosa che possiamo fare.
    Dormite sereni e contenti.

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  7. Dimenticavo: utente anonimo qui sopra, non hai messo una firma, chi sei? Purtroppo esistono famiglie così, magari difficilmente la violenza arriva alle cinghiate e a lasciare segni evidenti, ma le scenate d’ira sono note a molte donne ed anche ai figli. Una mia amica dolcissima faceva appunto in questo modo, i bambini mangiavano prima e, quando il padre arrivava, se la vedeva da sola con lui tentando di calmarlo se ” aveva i nervi “.

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  8. L’ ho letto tutto d’un fiato e sono rimasta molto colpita, perchè racconti verità dolorose, con cuore sensibile e generoso. Come sempre. Un abbraccio, fatina.

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  9. Mimma parli di realtà molto diffuse, più di quanto si creda, ci sono infiniti spunti nel tuo racconto per fermarsi a pensare a quelli della porta accanto, poi si dice: sembravano una famiglia normale.
    Prima di buttarsi dal balcone ci sono altre soluzioni, credo sia questo il messaggio criptato nel tuo racconto, si può chiedere aiuto, penso sia un dovere-diritto di ognuno salvaguardare la propria dignità fisica e mentale. Mi piace il tema che hai affrontato che è molto delicato e importante. Brava mimma, un abbraccio.
    Ps Avevo ragione a pensare alla parola Icara come ad un qualcosa di compiuto: la poesia senza parole, l’hai definita, con una capacità di investigazione del dolore soprendente (mica per niente sei tu forte del tuo vissuto) e capace di sintetizzarlo in tre sillabe. Brava mimma un abbraccio di nuovo.

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  10. Benvenute, care, eccomi qui dopo una giornata impegnativa, per così dire: spesa, lavori domestici appena finisco qui giardinaggio, dopo una serata di commenti arretrati dapertutto, eh, eh.
    In realtà la mia Icara ha oltrepassato la soglia dell’equilibrio mentale, pensa realmente di poter volare con le bambine, naturalmente le conseguenze potevano essere tragiche. Comunque lui è stato interrogato, la madre di lei è arrivata, da cosa nasce cosa e quest’uomo perderà la sua faccia di farabutto. E’ vero, Angela: ogni volta che un marito uccide la moglie, raramente il contrario, ma solo per mancanza di forza fisica della donna, dopo tutti in paese dicono: una famiglia normale, persone gentili, che si facevano i fatti propri. In realtà non è vero, i malesseri e le incomprensioni covano nelle famiglie e si litiga ferocemente anche davanti ai figli fino a quando qualcuno perde la testa.

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  11. Ciao, Bea, anch’io oggi sono rimasta indietro dapertutto coi commenti, qualcuno mi dava per dispersa, capisco benissimo, tu non preoccuparti di nulla, d’accordo? In assoluta libertà e gioia. Nonna Pinaaaaa! Sono ORGOGLIOSA di te, bravissima, anche se non vedi subito il commento correttamente inviato, dopo apparirà. Evviva, un abbraccio generale e vivete felici.

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  12. Finalmente sono riuscita a leggere questa meraviglia.
    Triste e dolorosa, vera.
    Quante donne sono trattate così!
    Qualche volte non ci sono botte, solo verbalmente, le parole come macigni sul viso.
    Ti abbraccio carissima.
    E’ bello saper volare…
    con la fantasia e scrivere poesia…
    Chiara

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  13. Buongiorno, signore! E buongiorno anche a qualche uomo sperduto e silenzioso, se c’è.
    Ho appena finito di sfacchinare in giardino, adesso sto combattendo contro un’erbaccia di cui non deve restare seme perché si arrampica, si attorciglia, invade, se non sbaglio si chiama convolvolo, non aveva mai osato presentarsi nel mio giardino.
    Comunque le ho dato una bella botta, adesso si continua lunedì.
    Domani è festa: la messa e basta, non zappo.
    Questo racconto tocca un argomento delicato e doloroso. Una tristissima realtà, solitamente limitata alle sopraffazioni verbali. Eppure ogni tanto ci scappa la morta qui o lì e tutti dicono: una famiglia normale, lui era sempre cortese.
    Invece in casa si litiga senza freno fino a quando qualcosa succede.
    Capisco come vi divertiate maggiormente coi racconti del genere ” Mimma e Cristina all’inferno “, ma io ho molte sfaccettature da dare, e questa della situazione femminile non ancora venuta fuori dall’età paleolitica è importante.

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  14. E’ perché conosco queste situazioni che parlo e non posso tacere. NON E’ GIUSTO tenere sotto la donna in tutti i sensi, fino a distruggerne l’equilibrio nervoso, cosa che avviene nel racconto. Però l’hanno preso e adesso sanno che cos’è questo signore tanto bravo nel proprio lavoro, pieno di amici e gentile con tutti.

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  15. L’ho letto qualche giorno fa ma non avevo avuto il tempo per commentarlo. Così mi è rimasto dentro e ha lavorato. L’hai porto ancora una volta come una favola, ma quanto è duro e drammatico e vero…ad ogni latitudine l’uomo ( mica tutti ) prevarica sulla donna e detta legge; la donna spesso vittima inerme e sola, con la responsabilità di difendere dalle violenze i figli, impazzisce. Mi ha ricordato il film ” Lanterne rosse “.
    Bravissima
    franca

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  16. Ho visto e amato Lanterne rosse, bellissimo film. Inquietante per l’umiliazione della donna fino alla morte. Sì, la ragazza del mio racconto è fuori di sè e crede di salvare se stessa e le bambine partendo a volo con ali d’oca legaate addosso. C’è una deformazione del ragionamento dovuta ad una situazione insostenibile quotidiana. Naturalmente non è una situazione tanto generale, ci mancherebbe, ma proprio poco fa, in chiesa, mentre aspettavamo che iniziasse la messa, un’amica ( che non sa usare il computer né conosce questo racconto ) mi parlava di violenze psicologiche. E ha pianto.
    Talora basta la semplice differenza di sensibilità per rendere la vita difficile.

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  17. Questo racconto trasuda il dolore di tante donne, che dopo essersi sposate con un sorriso si sono viste prigioniere di un aguzzino che magari non sa neppure di esserlo… Ma oggi queste spose eroiche non ci pensano due volte a separarsi, forse gli uomini incominciano ad imparare o quasi quasi stanno diventando a loro volta succubi!

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  18. Poffarmimminabella, ecco mia sorella, adesso ci siamo fatte audaci ed abbiamo imparato ad andare su internet e postare commenti. Sì, l’argomento di questo racconto è durissimo, ma purtroppo molto comune. Anche le donne imparano a difendersi amaramente, a riattaccare, a colpire. Qualche volta finisce male e dopo tutti dicono: una famiglia normale, un uomo tranquillo, una donna garbata.

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