L’esaurimento nervoso dell’elefantessa

 

L’elefantessa Cicciona  non ne poteva più della casa, del marito, dell’elefantino figlio e tantomeno della famiglia di lui.

Era una vaporosa signora ossigenata, tutta pizzi, bigiotteria e profumi. Le piaceva truccarsi la proboscide e portava due vistose buccole in similoro coi campanellini alle orecchie. Una volta alla settimana faceva il peeling ed aveva vagamente pensato ad una chirurgia estetica per arrotondarsi la pancia, un po’ troppo scarna per un’elefantessa, alla fine, però, desistette dall’idea perché aveva paura di andare sotto i ferri.

Suo marito Ciccione la lasciava fare e diceva che era bella sia con le incrostazioni di fango sul dorso sia senza, sia con i parassiti sia senza, se si fosse dipinta i capelli di verde non se ne sarebbe accorto nemmeno. A lui bastava farsi strada nel lavoro, e voglio dire farsi strada nel senso vero del termine, visto che trasportava legname dal bosco al cantiere dove fabbricavano navi.

Il lavoro, per suo marito, era tutto, dopo venivano sua madre, suo padre e le sue sorelle, dopo i suoi amici, dopo il cane, dopo del cane, probabilmente, suo figlio Ciccino e dopo lei.

Dopo di lei sembrava che non venisse più niente tranne lo sbadiglio perpetuo. Non aveva interessi, non leggeva, dormiva regolarmente davanti alla televisione  e, da sveglio, era nervoso finché non tornava a trascinare tronchi, lì era il più forte e tutti lo cercavano per scaricargli, sempre nel senso più vero del termine, anche la propria parte sulle spalle.

L’elefantino figlio era cagionevole di salute, il che per un pachiderma è estremamente umiliante. Sempre a letto con le tonsilliti, la febbre e la proboscide infiammata. Un lamento perpetuo. Bisognava fare l’operazione, ma l’elefante padre tentennava. In realtà non voleva assentarsi dal lavoro nemmeno per un giorno perché aveva soggezione del capo.

Ogni pomeriggio veniva la suocera, con la proboscide irta, a visitare il malatino, e si impicciava:

< Ma quando lo operate questo povero piccolo? >

Al che il povero piccolo incominciava a barrire di paura e la nonna lo cullava fra le zampe dicendo a Cicciona: Hai cambiato di nuovo colore ai capelli? > come ad insinuare che lei era una cattiva madre, capace soltanto di pensare a se stessa.

Dopo la suocera annusava, annusava scuotendo la proboscide:

< Hai comprato un altro profumo? E come ti sei vestita, ti si vedono tutte le zampe. Ma tuo marito non ti dice niente? Se lo facessi io…>

Cicciona sorrideva prima di potersi controllare al pensiero della suocera in minigonna e le zanne le scintillavano.

< Come ti brillano i denti, cosa ci hai fatto? > diceva lei scrutandola con due occhietti tondi e acquosi.

< Ho soltanto usato un dentifricio alle erbe > rispondeva mamma elefantessa mordendosi la lingua per non barrire di rabbia.

In questa elegante schermaglia passavano le ore del pomeriggio. Dopo la suocera si lamentava dei reumatismi del marito, dei propri bruciori di stomaco con la colite, dei soldi, che non bastavano mai, delle tasse da pagare, del canone TV, delle deprecabili condizioni del governo e del calo dell’euro.

Così veniva la sera, se ne andava all’ora di cena, ogni volta le serviva qualcosa: una bustina di camomilla, la bottiglia del latte, un pochino di crema idratante da spalmare sui calli delle mani,    <Chissà se tu hai carta da lettere e penna, pensi che domani mi potresti comprare il pane, forse ti avanza qualche pacco di pasta, ce l’hai delle forbicine che tagliano? >

Quando lei usciva, il marito entrava, finalmente poteva rilassarsi, mettersi in poltrona con le ciabatte e la cena pronta. Muto. Si lasciava servire oppresso dall’avere allegramente trascinato tutti quei tronchi, i suoi e quelli degli altri, i nervi gli venivano appena oltrepassava la soglia di casa sua e Cicciona gli faceva quelle stupide feste con quello stupido bacio di benvenuto, a cui seguiva l’immancabile lamento dell’elefantino figlio:

< Papà! Papà! >

L’elefantessa andava dal ragazzino: < Papà è stanco, dopo cena verrà a darti  il bacio della buona notte. >

Lui sbadigliava. Certo, voleva bene al figlio ed amava la moglie, ma almeno potevano lasciarlo un poco in pace, visto che l’indomani avrebbe dovuto tirare gli altri tronchi, facendo credere a tutti che non si stancava per niente.

L’elefantessa Cicciona, ogni giorno che passava in questo modo, perdeva un poco di speranza. La domenica era ancora peggio, col marito che guardava sempre l’orologio e contava i minuti per tornarsene al lavoro.

Incominciò a non fargli più festa la sera e a non dargli più il bacio, lui nemmeno se ne accorse.

Portò, da sola, l’elefantino in ospedale, dove assistette all’operazione, quando la sera lui tornò a casa e glielo disse, le rispose: < Hai fatto bene. >

E con un sospiro di sollievo si buttò nella solita poltrona chiedendo le solite ciabatte.

Dopo due giorni il piccolo uscì dall’ospedale con la mamma, che era andata a prenderlo in tassì.

Quella sera l’elefante Ciccione non trovò nessuno in casa: né moglie, né figlio, né biglietto d’addio.

Naturalmente si precipitò dalla mamma, che gli diede la cena, le ciabatte, un buon posto sul divano ed un comodo letto.

Ma egli pianse perché si accorse del bene perduto, mentre la mamma, che è sempre la mamma, lo consolava con tante buone parole:

< Vedrai, tua moglie tornerà. Non è possibile che abbia rapito il bambino ed abbia abbandonato un grande lavoratore come te. Vedrai che verrà a chiederti perdono. Io lo dicevo che aveva l’esaurimento nervoso. Quei pizzi neri, le camicette trasparenti, le minigonne, i profumi, i trucchi, quel vizio di far vedere la giarrettiera dagli spacchi, che vergogna, mai un’elefantessa si era conciata in questo modo. Speriamo che non faccia male al bambino, in fondo è anche figlio suo.>

Così disse l’elefantessa mamma e suocera. < Tu sei il padrone, questa è sempre tana tua > rincarò la dose l’elefante padre e suocero, < resta sempre con noi, ci farai felici. Qui avrai tutto quello che vuoi. >

Ma adesso tutto quello che voleva erano sua moglie e suo figlio.

Si sentiva un uomo distrutto, vinto dal rimorso.

Quante volte aveva distolto la proboscide davanti al bacio della sera.

Si mise in aspettativa dal lavoro per motivi gravi di famiglia, con grande disappunto dei colleghi, che dovettero infine decidersi a trascinare i propri tronchi.

Partì e la cercò invano, a lungo, con disperazione.

Passarono quindici giorni. Dimagrì e perse un po’ della sua bella forza.

Ne passarono altri sette. Era ancora più sciupato.

Assunse due investigatori privati perché la cercassero e dette fondo ai risparmi. Infine gli dissero che faceva la cassiera al bar della stazione di un paese lontanuccio, ma non erano sicuri che fosse lei perché era molto diversa dalla vaporosa signora della quale Ciccione gli aveva dato la foto.

Egli partì subito, andò, la vide, era lei, ma non osò presentarsi. Era irriconoscibile, senza capelli ossigenati, con un vestito grigio accollato e largo perché era dimagrita tanto. Aveva perfino la proboscide floscia e senza trucco.

Si era tolta la fede nuziale.

Allora lui, agitatissimo, corse dal fioraio e comprò una rosa rossa, una sola, ma meravigliosamente bella.

Quando Cicciona vide Ciccione voleva fare la sostenuta ed invece gli cadde fra le zampe con grande fracasso, rottura di tavolini ed arredi vari, che erano nelle vicinanze, ed urla di clienti terrorizzati.

< Papà, papà mio > diceva l’elefantino.

< Ciccione, amore bello di Cicciona tua > diceva l’elefantessa annusando la rosa che, in verità, non aveva nessun profumo.

Da allora si videro meglio a vicenda e si amarono davvero. Perché, certe volte, l’amore sembra scontato ed è il più grande sbaglio.

L’amore è l’amore.

Bisogna barrirselo l’un l’altro frequentemente.

 

Domenica Luise

 

 

 

 

 

33 pensieri su “L’esaurimento nervoso dell’elefantessa

  1. Che tenera storia, con un finale dolcissimo e romantico! Hai trasportato una vicenda umana, come ne accadono fra noi, nel mondo animale. Mi ripeto, lo so, ma i tuoi racconti fanno sognare e inteneriscono, quando ti leggo mi sembra di tornare bambina. Bravissima!
    Ti lascio un mio caro abbraccio.
    Annamaria

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  2. Buongiorno, signore, benvenute nel mio blogghino. Sono contenta che i miei elefanti vi piacciano, è vero, sono lo specchio delle più banali realtà quotidiane. E normalmente le mogli non hanno il coraggio di andarsene col figlio via da casa, è un gesto estremo poco consigliabile, che in questo caso ha provocato buoni risultati perché lui si è accorto del tesoro perduto e li ha cercati.
    In quanto alle suocere, vivano la propria vita e non quella della nuova coppia.
    Non ci si piazza tutti i pomeriggi a casa della nuora impicciandosi e consigliando.
    Non si dà cibo e letto al figlio che deve risolvere i propri problemi coniugali o non crescerà né si svezzerà mai.
    Ho incontrato un mio ex alunno, mi ha detto che aveva litigato con la moglie e stava andando a mangiare da sua madre.
    Ha aggiunto che voleva divorziare.
    Se non ci fosse stata mammina si sarebbero, forse, adattati.
    Non li svezzano mai ed è sbagliato. Un invito a pranzo ogni tanto è giusto e bello, un obbligo tutte le domeniche e le feste comandate no. Dico tanto per dire. Voi cosa ne pensate?

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  3. Hai ragione, le suocere non devono interferire. Io come suocera, sono dalla parte delle ragazze e quando sbagliano i miei figli li condanno, nel senso buono, ma non entro nelle loro vite e più che suocera sono un’amica confidente.
    Annamaria

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  4. Mimma
    il tuo è un bisturi, non una penna nè una tastiera di pc.
    Hai fatto uno spaccato della famiglia e del sociale, e mi piace, perché non ti sei soffermata soltanto sulla condizione femminile, ma hai saputo rendere anche le motivazioni di un povero uomo stanco che per campare se stesso e la famiglia, spende ogni energia in fatiche stressanti e rimunerate male.
    L’elefantessa è prigioniera del tran tran quotidiano, prole casa, ecc…e l’elefante non ha mai tempo per rilassarsi davvero e donarsi ai suoi affetti.
    Ecco la società attuale, serpente mangiacoda, lavorare per sopravvivere, e vivere mai…
    Racconto agrodolce, cara amica, come solo tu sei capace di ideare.
    Mimmianamente delizioso.

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  5. Mi piace tantissimo, cara Mimma. Sfido chiunque a non ritrovarci un po’ della sua famiglia. Con apparente leggerezza scavi a fondo nelle varie dinamiche: nessuno ha torto, nessuno ha ragione, tutti siamo distratti, ma ” l’amore è l’amore, bisogna barrirselo l’un l’altro frequentemente”.
    Sento che questa frase diventerà famosa.
    Intanto stasera, quando Jules tornerà stanco e incupito dal lavoro gliela reciterò :-))

    Ciao cara amica geniale
    un barrito per te
    franca

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  6. Lo sai, vero, che sei… unica nel tuo genere?… Mimmina mia, tu e le tue fiabe real-sentimentali e con tanto di morale! Che gioia, che sei! Ti abbraccio, mia cara.

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  7. E voi siete dei tesori, davvero: riuscite a cogliere il più ed il meglio di qualunque cosa io scriva e vi ci entusiasmate, che bel carattere avete, come ringraziarvi? Piano piano darò a tutte il premio Giobba. Intanto un bacio tenero.

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  8. Mimmina questa elefantina mi sta già simpatica eh, eh, eh, e questo racconto me lo pappo domani stasera mi sono dedicata un po’ al clubpoeti e credo che non farò in tempo, vado a letto con le galline :))
    Ti abbraccio e non vedo l’ora di leggermi questo racconto !! Ora ho fameeeeeee…
    Un abbraccio a te e a tutte le belle persone che frequentano questo tuo blog e che tu rendi super solari !

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  9. Buongiorno, signore ( e signori, se ci siete ), eccomi qui, mi sono svegliata, ho fatto colazione e, ancor prima di vestirmi, ho aperto il computer. Vivete felici e divertitevi sul mio blogghino, vivete felici e poeti.

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  10. Buongiorno carissima Mimma,
    passo per un saluto e un grazie per le tue passeggiatine da me.
    Leggerò il racconto, (dal primo sguardo sembra proprio azzeccato al mio momento), in un momento più calmo, così da poterlo gustare.
    Un abbraccio e un saluto
    Chiara

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  11. Ciao carissima Mimmina, venire a trovarti è sempre bello e gratificante, si sta bene a casa tua.
    Nonostante tu colga tutte le umane debolezze hai la capacità di accettarle e porgerle a noi con l’ironia e il divertissement che ti contraddistingue, così è più facile fare una specie di disamina dei nostri comportamenti abituali. Insomma ti vedo un po’ come una voce della coscienza che anzichè sgridare, con sottigliezza induce a riflettere.
    Bravissima Mimmina, ti abbraccio e
    tvtb
    francesca

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  12. Il tuo racconto me lo sono lasciato per ultimo, come ciliegina sulla torta Mimma, prima ho fatto un giro negli altri blog.
    Lo sapevo che questa elefantina era super simpatica, che tenerezza le tue descrizioni. Si diventa davvero insignificanti e invisibili nel tempo ed è davvero terribile. Forse sono le preoccupazioni forse è il lavoro. Oppure c’è poca sensibilità verso l’altro e queste cose si capiscono solo quando ci si perde e si sta lontani. Deliziosa storia a lieto fine, Mimma, mi è sembrato di vedere le immagini mentre leggevo, molto bella…
    Un abbraccio! Bravissima

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  13. Grazie, care, per la vostra presenza reale in questo blogghino, per le cose che mi scrivete e mettete in evidenza, siete una meraviglia. Ho pranzato, adesso una piccola sosta sul computer, riposino e si ricomincia. Stasera giardinaggio ( stamattina poltroneria ). Bene, buon appetito.

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  14. “Da allora si videro meglio a vicenda e si amarono davvero.
    Perché, certe volte, l’amore sembra scontato ed è il più grande sbaglio.
    L’amore è l’amore.
    Bisogna barrirselo l’un l’altro frequentemente.”

    È proprio vero. Grazie per i tuoi commenti e le tue visite e perdona se non sono troppo presente.

    Un bacio con tanto Amore

    gloria

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  15. Buongiorno, glodis, vivi felice e serena: mi commenta chi si sente, può e vuole, il blog è aperto ed assolutamente libero, chi viene, chi va e chi se ne va, qualcun altro arriva, tutto molto liberamente. Non c’è obbligo di scambio commento anche se ogni commento mi rende felice.
    Buongiorno a tutti i miei amici. Vivete felici e poeti.

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  16. aveva vagamente pensato ad una chirurgia estetica per arrotondarsi la pancia, un po’ troppo scarna per un’elefantessa

    eheh

    mi piace molto la cosa di lui che “si faceva strada nel lavoro” trasportando tronchi

    peccato che fosse vegetariana, altrimenti avrebbe potuto mangiarsi quella suocera odiosa e bigotta ottenendo l’effetto della pancia più in carne

    non so se l’elefante egoista alla fine sia cambiato veramente, ho paura che si sia trattato una farsa temporanea (ma forse lei avrà cominciato a fare scelte diverse in direzione di se stessa e della sua felicità)

    stupenda la chiusa dell’amore che va “barrito” 😉

    un saluto affettuoso

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  17. Mimmuccia,che dirti, il racconto è troppo bello,mi ha divertita con quelle immagini vivide,godibili ,come fossero quelle di un film. Buffi e amabili questi elefanti, così bene caratterizzati. E poi la chiusa ,piena di saggezza e sagacia, lontana dal moralismo retorico,quanto piuttosto una sorta di consiglio dato da una amica ad altra amica…

    l’amore sembra scontato ed è il più grande sbaglio.

    L’amore è l’amore.

    Bisogna barrirselo l’un l’altro frequentemente.

    Sai che non amo molto la prosa, ma quando ne leggo di tua sono pronta a ricredermi.
    Sei un fenomeno.
    nunù

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  18. Glodis cara, sì, puoi essere felice anche se non ti senti una poetessa pur essendolo…la poesia è dentro ogni essere umano come la linfa nella pianta, il sangue nella carne ed anima tutta la vita.
    Yzma, credo che pensare anche a se stessi oltre che ai propri amati, sia il presupposto per un matrimonio o un’amicizia felici: tutti i contatti umani esigono rispetto vicendevole, non c’è chi comanda e chi serve, siamo tutti qui a servirci e consigliarci gli uni con gli altri. L’elefante, adesso, temerà di perderla e dovrà sempre riconquistarla perché ha provato cosa voglia dire vivere senza di lei. La suocera è un esempio calzante di molte suocere umane, adesso stanno migliorando alquanto, sono sempre più quelle che, intelligentemente, preferiscono circondare d’amore le giovani nuore o perderanno del tutto il proprio figlio. Ci sono poi rare suocere sincere, davvero piene d’amore, accoglienti e tenere con le fidanzate e le mogli dei propri ragazzi. Queste donne sono davvero la felicità della casa.
    Nunù, sono contenta che le mie prose ti piacciano. Forse tu non ami la prosa per le lungaggini, quelle non le sopporto nemmeno io. Grazie a tutte voi per la vostra presenza preziosa. Un grande abbraccio.

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  19. Mimma, il 9 di aprile dell’anno 2008 ho preso mia figlia e me ne sono andata, senza mai guardare indietro. Sono felice! La mia storia e esattamente come l’hai scritta, pero’ Lui non e’ un lavoratore…ed io sono una semplice donna senza trucco ed adnornamenti…che tratta sempre di risparmiare. Si, sono una elefantessa optimista!

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  20. Un piacevole spaccato di quotidianità trasferito nel mondo animale. Non che la verità così faccia meno male ma guardarla con gli occhi di un’elefantessa ci fa cogliere qualche particolare in più.
    Gradevolissima.
    Lory

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  21. Ora un bel GRAZIE a Mimma, qui, mi pare dovuto. Perchè? Perché questa elefantessa ha sortito l’effetto seguente:
    Dis-illusione fata-le
    (ispirata da “L’esaurimento nervoso dell’elefantessa”)

    Con leggero passo di danza.
    Occhi di luce attinta da vivida sorgente.
    Ha solo fiabe da raccontare.
    Due semplici calici di cristallo
    su vassoio satinato in silver plated.
    Versa gocce d’essenza dolce
    rubata ai raggi dell’aurora.
    Discreta presenza. Nessuno la nota.
    Accenna lieve un richiamo.
    Cade nel vuoto. È tonfo sordo.

    Di fronte, inesistenza in grugnibarriti
    monosillabici evapora trielina.
    Ghigni afoni dalle pareti
    convergono al centro della stanza.

    Morbido fiato pizzica solo l’aria.
    Spegne la luce degli occhi.
    Frantuma il buio che si fa intenso.
    Lei non possiede bacchetta magica
    e nemmeno la vuole.
    Semplicemente cambia la propria pelle.
    Ora è riccio chiuso senza aculei, poi
    palla di vetro per un ultimo
    sguardo mordace in trasparenza.
    Poi bolla d’aria evanescente.

    Si fa pensiero, infine, e s’invola.

    Atterra altrove.

    Grazie Mimma, tvb per quello che mi/ci dai, con gioia, con amore e con l’amicizia che qui umilmente ricambio con questa mia riflessione poetica-specchio del tuo vero-simile racconto. Ciao, Wilma.

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  22. Dolce Wilma, dirti quanto mi sono commossa è semplicemente riduttivo, mi mancano le parole giuste per ringraziarti. Questa poesia dedicata proprio a me è un dono raro, una cosa purissima. L’amicizia vive di forza propria, la vedo come un grande cristallo trasparente, ma non amorfo: è un addensamento di luce che vive. L’ho scritto, di recente, in qualche post: la mia famiglia virtuale è amata come quella carnale. Qui lo ribadisco. Grazie.

    "Mi piace"

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